Associazione sportiva dilettantistica Ibasprengisandur

Ibas 2006 Diario

IBAS - ICELAND BIKE ADVENTURE SPRENGISANDUR

Diario di viaggio dell'Ibas 2006


IBAS logo

Il diario è stato scritto da Marcello Stampacchia con contributi di Stefano Pravato e Luciano Varutti.
Legenda dei simboli: Simbolo clicca per mappa mappa - Simbolo clicca per altimetria altimetria e dislivello



Arrivo dell'Iceland Bike Adventure Sprengisandur 2006


Islanda 20 Agosto 2006


L'Iceland Bike Adventure Sprengisandur 2006


Sto percorrendo con la mia Toyota nel sud dell'Islanda la Ring Road, la principale arteria stradale che fa il giro completo dell'Isola. Sono partito questa mattina da Rejkyavìk per andare a prendere, dopo 710 km, il traghetto che partirà domani da Sejdysfjordùr sulla costa est dell'Islanda. Ho fatto sosta a Vìk per mangiare qualcosa e sono ripartito in direzione Skaftafèll, il meraviglioso parco nazionale che sta a cavallo delle lingue di ghiaccio che finiscono quasi nel mare.
Da ormai 40 minuti corro a 90 Km/h e non ho né superato né incrociato nessun veicolo. Il nastro d'asfalto si snoda a tratti vicino al mare e a tratti accostato al grande gruppo vulcanico coperto dai ghiacci perenni del Vatnajokull, il più grande ghiacciaio d'Euorpa. Sono solo con la macchina piena di attrezzature da raid, tende, attrezzi vari e quattro biciclette parzialmente smontate. Il cielo bellissimo, oggi, e l'aria limpidissima mi regalano la visione dei ghiacciai dello Skaftafell che sono distanti ben 110 km, proprio davanti al muso del potente 4x4.
Si torna a casa dopo un viaggio fantastico compiuto come assistenza ad un gruppo di 7 ciclisti che, pionieri di queste terre poco conosciute dai free riders, hanno voluto partecipare alla IBASPRENGISANDUR compiendo il primo attraversamento dell'Islanda in mountain bike. La stanchezza si fa sentire, ma la sensazione di essere riusciti a percorrere la pista, classificata dagli islandesi come la più difficile in Islanda, mi riempie di soddisfazione.

Il progetto IBASPRENGISANDUR è nato lo scorso anno, a ottobre 2005, quando, di ritorno dal riuscitissimo 5° viaggio di Percorsi Etnici Onlus (www.percorsietnici.net) con gli escursionisti nelle stesse terre, assieme a Luciano Varutti, free rider di vecchia data e appassionato viaggiatore di Percorsi Etnici, ci siamo chiesti se non sarebbe stato interessante ed entusiasmante riuscire a portare dei ciclisti molto forti con le loro mountain bike ad attraversare i territori che fino a quel momento erano di appannaggio ai soli 4x4.
In effetti il progetto era ambizioso e solo pochi free rider estremi e solitari islandesi erano, fino ad allora, riusciti a percorrere la temibile pista dello Gæsavatneleið in completa autonomia. Non eravamo a conoscenza di italiani che avessero percorso sulle due ruote il tragitto. Né tanto meno gruppi di ciclisti organizzati.
Noi conoscevamo ormai bene tutto il percorso avendolo effettuato con il 4x4 ben cinque volte "mappandolo" con il GPS. Siamo stati respinti dalla stessa Gæsavatneleið una volta nel 2004 per un eccezionale ondata di caldo che aveva causato delle piene impressionanti dei fiumi glaciali. Quell'anno ci siamo dovuti arrendere di fronte allo scioglimento copioso del ghiacciaio che aveva causato un aumento dei fiumi in poche ore di un metro e mezzo costringendoci ad aggirare la pista con un tragitto più lungo di ben 140 km.
Con Luciano abbiamo creato l'IBASPRENGISANDUR Associazione sportiva dilettantistica, che è nata proprio per promuovere il viaggio islandese. L'Associazione ha sede a Preganziol in Provincia di Treviso ed è nelle nostre intenzione specializzarci in viaggi impegnativi in bicicletta in Africa del Nord ed Europa.

Mentre l'asfalto scorre veloce sotto le ruote tassellate del fuoristrada, mentalmente ripercorro giorno per giorno l'avventura conclusasi ieri con l'imbarco sull'aereo a Keflavìk dei sette "eroici" bikers e di Adriana, mia moglie, valida assistente all'organizzazione e autista. Il racconto vivo dell'esperienza personale si mischia a quella dei ciclisti che, con i loro racconti, alla fine di ogni giornata, mi hanno fatto vivere la sequenza degli eventi dell'avventura come se fossi stato anch'io sulle due ruote.

Marcello Stampacchia



Venerdì 4 Agosto 2006


L'arrivo a Egilsstadir - Gallery


Il punto di ritrovo è il check-in nella hall delle partenze di Milano Linate. L'ora, le 5.00, è scomoda per tutti ma se l'aereo parte così presto non ci possiamo fare nulla. Beatrice è arrivata da Roma in treno, Luciano e Gigi da Treviso in macchina, Santo è di Milano mentre Matteo arriva questa mattina direttamente da Lecco. Stefano è partito ancora sabato con me in macchina e con lui abbiamo attraversato mezza Europa per imbarcarci, dopo 2600 km, a Bergen in Norvegia sulla motonave NORRONA battente bandiera delle Isole Far Öer. È l'unico ferryboat che fa servizio di traghetto tra il continente e l'Islanda. La distanza viene coperta dalla moderna nave in due giorni. Manca Sebastien, di Vittorio Veneto, che è partito il giorno 3 Agosto per conto suo e ha raggiunto l'Islanda con rotte aeree diverse da quelle del gruppo.

Il problema principale che si pone per l'Organizzazione IBAS negli spostamenti aerei è il limitato peso del bagaglio concesso dalle compagnie che non deve superare i 20 Kg a persona. Normalmente questo limite non si raggiunge mai, ma, con le biciclette al seguito, i viaggiatori sono costretti a limitare al massimo il bagaglio personale per poter compensare il peso della bicicletta che si aggira intorno ai 12 kg. Il bagaglio, tra l'altro, deve essere adatto al clima che in Islanda, ad Agosto, si mantiene con temperature che vanno dai 7°C ad un massimo di 17-18°C. Non è raro, però, all'interno del deserto islandese assistere a nevicate anche abbondanti portate dai venti che provengono dal Polo nord.

Da Keflavìk, l'aeroporto della capitale islandese, il gruppo si è spostato all'aeroporto interno di Rejkyavìk dove, con un altro aereo a turboelica delle linee interne islandesi, i viaggiatori sono finalmente arrivati a destinazione a Egilstaðir, la città più importante del nordest dell'Islanda. In Islanda, se si esclude la Capitale, non si può parlare di vere e proprie città. Infatti gli abitanti complessivi dell'isola sono 250.000; 130.000 gli abitanti della capitale mentre Egilstaðir conta circa 12.000 anime. E' facile intuire che tale densità di popolazione distribuita su un territorio grande come l'Austria lascia delle enormi aree desertiche dove l'uomo è una presenza sporadica e passeggera.

Il gruppo si è ritrovato unito a casa di Güdmunður e Grèta, una semplice fattoria isolata lungo una splendida vallata verde; lui contadino da generazioni, lei una signora islandese dinamica, simpatica ed elegante che a nord est rappresenta il movimento che sta lottando contro il devastante progetto Karahnjukar. Questo progetto prevede 9 grandi dighe che taglieranno in due il meraviglioso territorio intatto delle Highlands. Per comprendere la posizione della popolazione islandese nei confronti del progetto fortemente voluto dalle multinazionali lo scorso anno abbiamo voluto conoscere la famiglia di Grèta. Lei gentilmente ci spiegò le motivazione che avevano portato il 70% della popolazione islandese a intraprendere una lotta contro il proprio governo per arrestare il disastroso progetto.

Abbiamo a disposizione una stanza sopra la stalla di Güdmunður dove possiamo fare un veloce briefing sul viaggio, mettere a punto il materiale e cenare. Lo stesso locale funge da stanza per dormire. Il posto è simpatico, asciutto e caldo e, sapendo che in Islanda si viaggia in questo modo, tutto il gruppo si è perfettamente adattato alla situazione. La cena preparata dalla nostra cuoca Matthilður prevede SALMONE islandese,ovviamente, patate lesse, insalata mista, mirtilli con panna della fattoria di Grèta: tutto squisito!

Matthilður è una donna islandese che fa parte dell'organizzazione Ibasprengisandur, parla perfettamente italiano e per IBAS cura la logistica e la preparazione del viaggio in Islanda prima del nostro arrivo nell'Isola. Durante il viaggio è la cuoca ufficiale preoccupandosi dell'acquisto, della preparazione e del trasporto del cibo e dell'attrezzatura da cucina. Guida il suo Land Rover su tutti i tipi di terreno.

Finita la cena sono state rimontate e controllate le biciclette con molta attenzione per poter avere il mezzo di trasporto in perfetta efficienza. Prima di andare a dormire abbiamo distribuito a tutti i GPS Garmin 60 che ci sono stati forniti da GPSCOMEFARE.COM sui quali sono già state caricate le tracce e le rotte e i way points più importanti del viaggio. Inoltre abbiamo dotato tutti i freeriders di carta topografica dettagliata del percorso da fare e del Road Book del viaggio.

E il tempo? A Rejkyavìk pioveva, arrivati a Egilstaðir le nuvole si erano diradate e il sole faceva la sua apparizione. La temperatura era intorno ai 18°C (caldo per essere in Islanda) ma la notte un forte vento con pioggia ci ha un po' preoccupato. Bene è ora di dormire, l'eccitazione per il viaggio è tanta. Buonanotte Islanda e buonanotte Italia Domani comincia la Vera Avventura.



5 agosto 2006


Dalla fattoria di Greta al Rifugio Snaefell - Gallery - -


Giornata con un 30 % di nuvole, vento a 27,0 Km/h da sud e temperatura di 20,3 °C Dalla fattoria di Grèta al rifugio Snaefell (800 mslm). Tappa di 92 km. Sterrato facile per i primi 13 km poi asfalto per 70 km; gli ultimi chilometri sono di sterrato molto duro e sassoso con piccoli guadi.

Il suono elettronico della sveglia è stato per tutti la consapevolezza che oggi si dovrà affrontare 92 km di Islanda in bicicletta. E' arrivato per tutti il momento di confrontarsi con se stessi per vedere se la preparazione in mountain bike acquisita nei mesi precedenti il viaggio è stata adeguata all'impegno che ci attende.

La colazione è il primo bel segnale della giornata. Matthilður e Adriana ci hanno preparato proprio una chicca per poter cominciare con il piede giusto: caffè, latte, formaggio, burro, panna tutto prodotto dalla mungitura fresca delle mucche della fattoria, marmellata, pane, mueslei, the e frutta . Si preparano i bagagli poi una ultima controllata alle biciclette e via, si parte! Mentre il gruppo dei 7 bikers affronterà il primo percorso della Ibas, Matthilður, Adriana ed io con i due mezzi di assistenza carichi di tutti i bagagli, le tende e i viveri per 11 giorni di autonomia nel deserto andiamo a fare il pieno di gasolio ai due veicoli per un totale di circa 260 litri.

La strada asfaltata costeggia il lago di Lagarflìot, un lungo e stretto contenitore naturale d'acqua che proviene dai fiumi di origine glaciale, il saliscendi costeggia una delle rare piccole aree islandesi con alberi. In genere l'Islanda è non ha alberi a causa del taglio indiscriminato dei primi abitanti che abitarono sin dall'anno 1000. Il freddo, la realizzazione dei rifugi per sopportare i rigidi inverni portarono a esaurire i pochi alberi dell'isola.

Scorrevole e dolce il lungo lago è un piacere percorrerlo in bicicletta, sembra una scampagnata il morale è altissimo e la gioia traspare dalle facce dei ciclisti. In corrispondenza dell'immissario del fiume Jokuslà ì Fljòtsdal si attraversa il lago con un ponte nuovo e subito comincia la salita che porterà i ciclisti dal livello del mare a 600m slm in 4 Km con una serie di ripidi tornanti. La strada, una volta una pista difficile da percorrere solo con i 4x4, è stata allargata e asfaltata per poter far percorrere i camion articolati diretti ai cantieri di costruzione delle dighe di Karahjukar che distano da qui circa 70 km. Con questa strada si entra nelle Highlands gli altipiani più selvaggi dell'Islanda.

L'enorme area considerata il parco naturale più esteso d'Europa è il luogo di pascolo e riproduzione delle renne islandesi e di un numero altissimo di uccelli migratori. Il vasto altopiano desertico è costellato da un numero impressionante di laghetti e pozze d'acqua contornati da vegetazione molto bassa, del tipo che si trova in alta montagna alle nostre latitudini, luoghi ideali per nidificare e fare crescere la prole degli uccelli migratori prima del grande balzo autunnale verso l'emisfero sud.

Intorno alle 14,15 raggiungiamo i bikers lungo la strada e ci fermiamo a preparare un piccolo rifocillamento per permettergli di "tirare" i 50 km rimanenti. Sono stati provati dalla lunga e ripida salita, e ora da quando sono in quota hanno il vento a 27 Km/h contro. I prossimi 30 km saranno molto duri con medie di velocità ridotte a 7-8 km/h. Sebastien con Beatrice sono sempre davanti mentre si alternano a darsi il cambio per tagliare l'aria Matteo, Santo e Gigi. Luciano e Stefano chiudono il gruppo. Il paesaggio a perdita d'occhio è disturbato dai TIR che percorrono questa strada senza uscita a 120 Km/h provocando dei fastidiosi e pericolosi spostamenti d'aria ai ciclisti.

Queste terre per milioni di anni hanno visto sporadiche apparizioni dell'uomo e ora il silenzio naturale dei luoghi è rotto dal rombo dei potentissimi articolati che sfrecciano nelle Highlands. Gli ultimi 13 chilometri sono di pista dura e sterrata. Al bivio che ci stacca dall'asfalto c'è un presidio di giovani che protestano contro il progetto delle grandi dighe di Karahnjukar.

Sono ragazzi dai 18 ai 30 anni che vengono dall'Inghilterra e dalla Francia. Ci raccontano che questa mattina la polizia ha fatto bloccare l'accesso ad una zona dove circa 60 attivisti ecologisti si erano accampati tagliando loro la possibilità di essere riforniti di viveri. Non si sono scoraggiati anche perchè gli abitanti di Egilstaðir si stanno organizzando per mandare dei viveri con macchine non sospettabili. Si parla anche di un lancio di viveri da aeroplano. La lotta qui non si arresta. Sembra anche che la polizia islandese abbia arrestato 13 persone e picchiato un cameraman indipendente violando palesemente il diritto alla protesta, diritto sancito da convenzioni internazionali. Da cinque anni con Percorsi Etnici seguiamo e divulghiamo le notizie inerenti al progetto delle dighe di Karahnjukar e queste ultime note non ci sorprendono. Verificheremo dopodomani la veridicità delle informazioni quando passeremo nella zona delle dighe.

Finalmente dopo due guadi "al polpaccio" e diversi scollinamenti i free riders vedono il tetto del rifugio Snaefel. Sono felici di aver percorso in 8 ore i 92 Km. La giornata è stata dura soprattutto dopo essere saliti sulle Highlands quando il vento contrario li ha costretti a medie di 5-7 Km/h. Il rifugio ci accoglie come ogni anno con il suo calore, la sua semplicità; il suo gestore Leifur è un ragazzo alto giovane è un gran suonatore di fisarmonica ed ha le sembianze di un elfo.

La cena a base di riso carne di pollo cucinato all'islandese e insalata viene chiusa alla grande con una torta alla panna e cioccolata preparata ieri da Matthilður a casa di Grèta. Da leccarsi i baffi e andare a letto nel saccopelo con il sorriso stampato sulla bocca! Domani giornata di riposo…solo 36 km di pista per andare a pedalare sul ghiacciaio Vatnajokull. Alle 23 c'è ancora molta luce nel cielo che si è rannuvolato. Speriamo che domani non venga giù acqua. Buonanotte Italia e buonanotte Islanda.



6 agosto 2006


Il grande ghiacciaio Vatnajokull - Gallery - -


Giornata con un 80 % di nuvole, vento a 33,0 Km/h da sud-ovest e temperatura di 10,0 °C. Dal rifugio Snaefell (800 m slm) al ghiacciaio Vatnajokull e ritorno. Tappa di 36 Km totali. Sterrato molto duro e sassoso con piccoli guadi due salite ripide all'andata e una pedalata sul ghiaccio vivo.

Dopo la lunga e dura tappa di ieri la notte ha portato il riposo a tutti quanti. Stefano è il più provato, e probabilmente sfrutterà la giornata di riposo per recuperare lo sforzo del giorno precedente. Gli altri hanno la sveglia alle 8,30 e la colazione alle 9,00 nella sala del rifugio. Oggi arriverà molta gente qui allo Snaefell perché in Islanda c'è un ponte lungo di 4 giorni e le famiglie islandesi ne approfittano per visitare i luoghi più affascinanti della loro isola. Pertanto Matthilður e Adriana devono organizzarsi in tempo per prenotare l'unica cucina disponibile mentre utilizzeremo la stanza che abbiamo riservato già qualche mese fa per consumare i pasti. La giornata prevede riposo e una escursione di 36 km nel pomeriggio.

I nostri amici approfittano della sosta per mettere a posto le bici, il bagaglio, fare una passeggiata nei dintorni del rifugio e appena dopo il pranzo il gruppo dei ciclisti parte deciso in direzione SUD. Un piccolo drappello di curiosi presenti nel rifugio assistono alla partenza dei 6 nostri immortalandoli con le loro macchine fotografiche. La pioggerella fina ha smesso di cadere.

Il percorso si snoda lungo una ampia valletta completamente spoglia di vegetazione ad eccezione di macchie di muschio verde fluorescente in corrispondenza dei rivoli d'acqua. Subito un guado obbliga i bikers a levarsi le scarpe per passare oltre. Gruppi di oche decollano al sopraggiungere delle biciclette ricordandoci che questi territori spettano a loro di diritto. Il gruppo va via compatto fermandosi spesso a fotografare e ad ammirare il paesaggio lunare. Siamo sotto lo Snaefell(1880 mslm), la montagna più alta dell'Islanda se si esclude quella che è sepolta dal ghiacciaio Vatnajokull, ma oggi non si decide a farsi vedere ed è coperta da una nuvola permanente che ne cela i suoi profili.

Verso le 16,00, assieme a Stefano, raggiungiamo con la Toyota il gruppo in cima ad un colle rotondo con una incredibile vista sul lembo nord del ghiacciaio grande come la Lombardia. Misuriamo la velocità del vento quassù e il responso è 40,7 Km/h! Santo e Gigi decidono di tornare al rifugio: preferiscono conservare le energie per domani. Gli altri sono smaniosi di toccare con le ruote della loro Mountain Bike il Ghiaccio millenario dell'Islanda. Quando supero Matteo e gli chiedo come sta andando, lui ha una pronta risposta secca: "non avrei mai immaginato di vedere scenari così affascinanti; sono senza parole!"

Effettivamente la visione del Vatnajokull da questo lato lascia stupiti; il ghiacciaio è del tipo a "calotta" con una forma caratteristica non riscontrabile in Europa. Sembra adagiato dolcemente sul terreno. Da lontano si può facilmente confondere con una grossa bassa nuvola grigia scura per la sua compattezza e regolarità. Poi avvicinandosi ci si accorge che è come una enorme lente a contatto grigia depositata sulla terra pianeggiante senza crepacci o salti di quota. E' per questo motivo che avremo la possibilità di salire sopra di esso con le biciclette. Parcheggio a 50 metri dal primo ghiaccio e aspetto.

Quando arrivano con le bici tutti si precipitano immediatamente con la bicicletta a mano a superare i 30 metri di morena e ghiaccio e appena messe le ruote sulla crosta butterata del ghiacciaio saltano sulla sella e pedalando si arrampicano sulla superficie sferica del Vatnajokull. L'emozione è enorme, Beartice esclama: "non è possibile si riesce ad avere aderenza perfetta anche in salita" L'entusiasmo è tale che sia Beatrice che Matteo e Sebastien spariscono dalla nostra vista oltre l'orizzonte del ghiaccio, in pochi minuti si sono addentrati per 5 km senza rendersi conto di essere su un ghiacciaio. Si fermano solo quando si trovano in presenza di un inghiottitoio naturale di acqua di un metro di diametro che ingoia un piccolo ruscello d'acqua di scioglimento. Molto pericolosi, questi buchi, perforano il ghiaccio fino al suo fondo per poi fare riaffiorare l'acqua alla base del ghiaccio. E' ora di farsi le foto, interviste con la telecamera, ammirare lo scenario unico affascinante, esprimere le proprie emozioni con urla e grida e, quindi, purtroppo, tornare al rifugio.

Decido di tornare al rifugio diretto e a 6 km dalla meta incontro Santo e Gigi. Gigi ha un cerotto sul naso e la faccia insanguinata. Mi racconta che in discesa gli è "partita" la ruota anteriore ed è finito con la faccia sulle pietre. Mi dice che non ha niente di grave, Santo lo ha aiutato a medicarsi e decidiamo di rimandare il tutto al rifugio dove abbiamo tutto l'occorrente per il pronto soccorso. Al rifugio interveniamo sul ferito: puliamo per bene le ferite superficiali di Gigi, con il bisturi gli estraiamo dei sassolini penetrati sotto la cute sulla guancia e, in corrispondenza di un taglio profondo sullo zigomo inferiore sinistro, dopo aver fatto una accurata pulizia della ferita profonda gli applichiamo 4 cerottini da sutura e andiamo tutti a cena: minestra di verdura con bruschetta, purea con bistecca di pecora squisita e, come dessert, biscotti al cocco. Super con applausi finali alle cuoche.

Il rifugio si è riempito di gente, e anche la tendopoli esterna è cresciuta di dimensioni, questo rifugio islandese anche se sperduto nelle Highlands, richiama veramente tanta gente. Domani continuiamo lo spostamento verso OVEST e andremo a vedere il complesso delle dighe di Karahnjukar ma c'è un'incognita: abbiamo saputo che oggi, a causa dell'eccessivo scioglimento del ghiacciaio il ponte di servizio della diga che dovremo attraversare è stato chiuso tutto il giorno per una piena improvvisa ed eccezionale. Speriamo che non si ripresenti il problema domani perché dovremo in queste condizioni cambiare itinerario. Dormiamoci su! Buonanotte Islanda e buonanotte Italia.



7 agosto 2006


Attraverso il Karahnjukar - Gallery - -


Giornata con un 60 % di nuvole, vento a 4,0 Km/h da sud-ovest e temperatura di 6,0 °C Dal rifugio Snaefell (800 m slm) al Laugarvellir (600 m slm) passando per il complesso delle dighe di Karahnjukar. Tappa di Km 57 totali. Asfalto per 20 Km e 37 km di sterrato duro e sassoso. Visita al Grand Canyon.

La sveglia, questa mattina, è alle 6,00. Siamo preoccupati per la situazione del ponte da attraversare, ha piovuto per buona parte della notte ma mi accorgo subito che la temperatura è scesa repentinamente e il termometro misura 6,0°C. E' un buon segno per due motivi: il primo è che ad un abbassamento della temperatura corrisponde sempre un miglioramento delle condizioni atmosferiche, il secondo è che il freddo contrae il fenomeno dello scioglimento dei ghiacci il che significa che l'acqua che scenderà dal Vatnajokull sarà molto meno di quella dei giorni scorsi. Non c'è neanche vento e intuiamo che il ponte di Karahnjukar al 95% almeno oggi rimarrà aperto.

La colazione abbondante dà il carburante ai 7 ciclisti che sono pronti per partire alle 8,00. Il capannello di curiosi, questa mattina, è ancora più folto e lo scatto della fotografia al gruppo in partenza si ripete diverse volte. Via! Pedalando per ritornare all'asfalto dello stradone dei TIR. Ormai il gruppo è ben affiatato e anche Stefano ha recuperato lo sforzo fatto il primo giorno controvento.

In circa 2 ore si arriva a intravedere le prime opere delle 9 dighe di Karahnjukar e anche la Polizia islandese diventa una presenza quasi costante. Due 4x4 della gendarmeria con assetto rialzato da pista islandese stanno presidiando la strada d'accesso all'accampamento del gruppo internazionale che sta protestando contro il devastante progetto. Addirittura una ruspa ha riportato della terra per impedire l'accesso ai veicoli che portano i rifornimenti ai ragazzi. Evidentemente il Governo Islandese ha deciso il braccio di ferro contro una protesta pacifica che sta dando molto fastidio ai potenti.

Arriviamo al ponte che ci consentirà di attraversare il Jökusla à Dal il fiume glaciale che verrà imbrigliato dalla diga. Scendendo i tornanti che portano all'accesso del ponte si nota che la piena ha portato addirittura molti pezzi di ghiaccio e diversi di questi si sono incastrati sul guard-rail del ponte deformandolo vistosamente.

La terra scura bagnata indica il livello massimo raggiunto dall'acqua ieri che a occhio è circa 2 metri sopra il ponte! In pratica il ponte è stato completamente sommerso. Oggi la situazione è decisamente migliore e anche se l'acqua fa paura a vederla scorrere così veloce, non c'è alcun rischio e si passa tranquillamente. Dalla parte opposta della riva sorge la città dei 1000 operai della IMPREGILO s.p.a. l'azienda italiana che ha vinto l'appalto della costruzione della diga.

La pista aggira la città fatta da abitazioni costruite su base di containers fatiscenti e ormai logori dal clima inclemente delle Highlands. Poi, più avanti, sono posizionati gli enormi hangar delle officine dei mezzi meccanici. La diga principale è ormai del tutto eretta ed è un imponente trapezoide che unisce i due fianchi del canyon più bello d'Europa.

Oggi Stefano ha fatto l'andatura e gli altri hanno faticato non poco a stargli dietro. Tutti si sono chiesti il perché di tale prestazione alludendo a ipotesi surreali, ma la risposta, probabilmente, sta nel fatto che la giornata di riposo completa del giorno precedente è stata rigeneratrice.

A 5 km a valle della diga si scende per 2 km fino ad una piazzola di sosta per le auto con tanto di cartelloni turistici che pubblicizzano sia il canyon del Jökusla à Dal che la diga e il lago, ancora inesistente di Karahnjukar. Il governo ha speso dei bei soldini per favorire una propaganda rivolta alle persone che arrivano qui da lontano affinché apprezzino di più l'opera tecnologica che il danno che essa provoca; ed ecco che nella descrizione si fa riferimento a come la strada d'asfalto permetterà ai visitatori di arrivare rapidamente a vedere questi luoghi e come il getto di scarico della diga sarà spettacolare e fonte principale delle attrazioni locali. Non mancano foto che simulano il lago che ancora non c'è(!) per creare, già da ora, un imprinting nella mente dei visitatori.

Ben diversa è la visita che facciamo alla profonda gola del canyon del Jökusla à Dal. Le pareti del fiume in alcuni punti arrivano a toccare un'altezza di circa 150 metri e dai terrazzi naturali spettacolari i viaggiatori possono sporgersi sdraiati per ammirare l'incredibile luogo naturale.

Di fronte a noi la parete basaltica è un'opera d'arte naturale rappresentante la sequenza di più ere geologiche caratterizzate da colate laviche ciclopiche con diverse modalità di raffreddamento. Nella parte inferiore la fascia che è alta circa 40 metri e lunga 250 è evidenziata da un caotico miscuglio di lava che si deve essere raffreddata molto velocemente e i giochi delle rughe e delle protuberanze ci ricordano tanto l'architettura barocca che il cubismo di Pablo Ricasso. L'emozione nell'immergersi in questa visione naturale è forte. Ma ora ci aspetta la parte più piacevole della giornata: il bagno nel ruscello di acqua geotermica di Laugarvellir.

Con le bici si scende una ripida strada che porta, dopo un guado poco profondo, ad una valletta verdissima e dall'aspetto pacifico. Sul lato di questa ampia e dolce valle un ruscello viene alimentato da sorgenti di acqua calda a 60°C. Qui abbiamo montato la tendopoli con la nostra tenda mensa. Paolo, il titolare di SportMarket Cornuda, nostro amico è sempre attento alle esigenze dei VERI viaggiatori ha fornito a Ibasprengisandur una dotazione di tende CAMP specifiche per i climi come quello islandese. Questa notte infatti si dormirà in tenda.

Il bagno nel ruscello caldo è una piacevolissima sorpresa per tutti! La fatica della giornata viene cancellata in un attimo e il bagno ristoratore aumenta in tutti la consapevolezza di essere dei privilegiati che vivono un'esperienza unica ed indimenticabile in questa terra di contrasti. Come se non bastasse, 150 metri a valle di del ruscello, l'acqua compie un salto di 5 metri creando una cascatella calda. Il rigenerante scroscio d'acqua a 36°C sulle spalle è il migliore degli idromassaggi!

L'ultima sorpresa della giornata è la cena con due cosciotti di pecora cucinati alla brace dalla nostra ormai mitica Matthilður. Domani ci attende la tappa più lunga del viaggio: 106 km di deserto. Siamo tutti un po' emozionati. Breve briefing in previsione del giorno dopo per convincersi che bisognerà a tutti costi arrivare al rifugio DREKI sotto il vulcano Askja. Ci riusciremo? Buonanotte Islanda e buonanotte Italia.



8 agosto 2006


La lunga via verso il Rifugio Dreki - Gallery - -


Giornata con un 100 % di nuvole, vento assente e temperatura di 5,7 °C Da Laugarvellir (600 m slm) al rifugio DREKI (Askja 800 m slm). Tappa di 106 Km totali Pista sterrata, terreno sabbioso, rocce laviche e pietra pomice. Ambiente desertico.

Il giorno più lungo! Oggi infatti i ciclisti dovranno affrontare la tappa più lunga del viaggio ben 106 km di meraviglioso deserto nordico. Sveglia alle 6,30 per preparare la colazione e le biciclette. Sebastien non si fa scappare un bagno ulteriore nel ruscello di Laugarvellir con acqua a 40 gradi.

La colazione, come sempre abbondante, sotto la tenda mensa è anche il momento per parlare del tragitto e dell'organizzazione logistica della giornata. Ieri ci siamo convinti che questa sera ad ogni costo occorre arrivare al rifugio Dreki per evitare un campo nel deserto battuto dal vento. Il percorso non prevede grandi dislivelli ma l'estensione del territorio e l'incognita del tempo possono giocare a favore o contro l'obiettivo della giornata. Occorre quindi, come organizzazione, supportare in maniera idonea i bikers per metterli nelle condizioni di affrontare il lungo e faticoso tragitto con il massimo dell'assistenza possibile per questi luoghi. Intanto comincia a piovere, non abbondantemente ma in maniera costante: si parte con la pioggia!

Nel briefing individuo, assieme a Luciano il direttore sportivo di IBAS che è in assistenza ai ciclisti in bici, fissiamo l'incontro per il pranzo al km 42,300. Fare questo per noi è semplice in quanto abbiamo le carte geo-topografiche dell'Islanda caricate sul nostro computer portatile e sono georeferenziate e interfacciate con tutti i GPS dei ciclisti. Che cosa significa? Molto semplicemente le mappe del territorio che percorreremo sono visibili con un programma che fornisce direttamente le coordinate precise al metro del punto che si vuole determinare. Questo punto corrisponde esattamente col sistema di coordinate dei GPS portatili montati sulle biciclette. Individuato un punto sulla mappa del computer, lo si trasferisce sui GPS dei free riders in maniera da avere lo stesso luogo di incontro. Da oggi Luciano sarà dotato anche di telefono satellitare e in caso di emergenza può creare un collegamento con i due veicoli 4x4 dotati anch'essi di telefoni satellitari. Ridurremo, così, al minimo i rischi dei eventuali imprevisti.

Oggi Stefano preferisce non fare la tappa in bici, ha ancora la mano destra poco sensibile e non vuole compromettere tutto il viaggio in una tappa molto faticosa. Partirà con me in macchina. I sei ciclisti affrontano la salita che porta in alto della valle di Laugarvellir e dirigono, quindi, a NORD per andare verso la pista F910 quella che ci porterà al vulcano Askja.

Dopo 13 km di pista in discesa il tracciato comincia ad immergersi in un deserto all'apparenza sterile e senza vegetazioni. E' chiaro che queste terre alte sono battute dai venti, la poca vegetazione nasce spontanea vicino ai torrenti e sono rari cespugli di fiori viola e muschi verdi chiaro. Ogni tanto il terreno della pista diventa sabbioso ma con la pioggia la sabbia si compatta e i pneumatici delle bici non affondano.

Intanto al campo di Laugarvellir, dove abbiamo dormito, mentre Matthilður e Adriana preparano il pasto del mezzogiorno per i ciclisti a base di pastasciutta Sefano mi aiuta appena finito il lavoro di cucina a smontare le tende e finiamo di caricare le macchine. Poi verso le 10,00 partiamo e ci dirigiamo a Brù, una fattoria sperduta con un rudimentale distributore di benzina. Dobbiamo rabboccare i serbatoi delle due macchine: abbiamo di fronte circa 400 km di deserto senza rifornimenti e il Land Rover di Matthilður non ha il serbatoio supplementare. La deviazione ci costa 60 Km in più rispetto all'itinerario previsto, ma non possiamo correre rischi di rimanere a secco.

Il gruppo dei bikers continua a pedalare con una costanza incredibile. Sarà per la presa di coscienza dell'impegno odierno, sarà perché ormai il gruppo è completamente amalgamato e in sintonia, fatto stà che i tempi della mattina sono rispettati perfettamente. Il GPS indica che siamo distanti dal rifugio Dreki appena 38 km in linea d'aria ma, dato che stiamo andando verso OVEST in senso trasversale alla direzione dei grandi fiumi glaciali che vanno da Sud a Nord, saremo costretti a percorrere molta strada quasi 70km per raggiungere i due soli ponti che attraversano i due più grandi fiumi del centro NORD: il Fiume Yökuslà à Fjöllum e il Jökuslaràurar.

Raggiungiamo il gruppo dei sei bikers a 2 km dal punto d'incontro del pranzo, li superiamo e appena dopo prepariamo il pasto per loro. Sono entusiasti per il paesaggio che scorre sotto i loro occhi, la pioggia ha smesso ora di piovere e ci concede la tregua per il pranzo. Pastasciutta, verdure,frutta secca, caffè o the e via di nuovo.

Mancano ancora 60 km. Il terreno ora diventa lunare, la pista si snoda in labirinti di roccia basaltica ricoperta a tratti dalla pietra pomice eruttata dall'Askja nel 1865 in un'eruzione disastrosa che ha fatto emigrare tutta la popolazione del nord est islandese verso gli Stati Uniti. La sabbia nera vulcanica ricopre la pista per lunghi tratti e il "ghirigoro" della pista attorno alle rocce di colata lavica raffreddata dimostra come è caotico il territorio in questa zona. Il colore nero della sabbia è inframmezzato dal colore crema della pietra pomice e dal marrone viola scuro della lava pietrificata. La visibilità è buona e a tratti smette anche di piovere.

Giungiamo con i 4x4 al rifugio DREKI. Le nostre auto con la simpatica grafica creata appositamente da Maurizio Criver, il titolare della White Rex di Roncade, suscita curiosità nelle persone che già sono alloggiate nel rifugio. Qualcuno viene a chiedere chi siamo, cosa è IBAS e cosa facciamo e quando spieghiamo che siamo l'organizzazione di un gruppo di ciclisti impegnati nella pista tutti rimangono stupiti. Non è comune vedere ciclisti qui al centro dell'Islanda!

Prepariamo la stanza e scarichiamo tutti i bagagli dei viaggiatori su due ruote in maniera che quando arriveranno potranno trovare il loro bagaglio pronto in stanza. Mentre Matthilður e Adriana infaticabili impostano la cena, Stefano mi dà il turno al telefono satellitare per essere pronti ad intervenire in caso di chiamata di Luciano. Prevediamo il loro arrivo alle 20,00. Ad ogni macchina che arriva al rifugio chiediamo in inglese informazioni: "avete visto dei bikers sulla pista?" Fino alle 19,00 nessuno aveva visto ciclisti.

Alle 19,05 un'auto di svizzeri ci comunica che a circa 10 km aveva superato 6 ciclisti. Sono loro! Sono in arrivo in anticipo. Ecco che arriva Santo e Gigi, e dopo 5 minuti gli altri assieme. E' festa, vengono accolti come eroi della giornata, sono tutti stanchi ma in piena forma ed entusiasti dell'impresa ormai conclusa. Poi ci raccontano come sono andati gli ultimi 30 km.

Gigi ci racconta:" Ad un certo punto Santo ha chiesto di lasciarlo indietro perché non ce la faceva più. Si sentiva stanco e non riusciva a mantenere il ritmo. Allora gli ho detto: vai avanti e fai tu l'andatura. Santo ha accettato di passare avanti e appena ha preso il ritmo ha cominciato a seminare tutti, allora ho cercato di seguire il suo ritmo e siamo arrivati qui a Dreki prima di tutti." Gli altri hanno confermato che non erano in grado di tenere il passo dei primi due che evidentemente avevano trovato l'equilibrio giusto.

Felicità di trovare una doccia calda e la cena pronta bollente e abbondante. Islanda: un sogno che si sta avverando giorno dopo giorno! Beatrice nel libro del rifugio Dreki ha scritto le seguenti parole: -quinta tappa del tour "IBAS SPRENGISANDUR". Siamo in 10 ad affrontare questa splendida avventura, in questa meravigliosa isola, che ci regala ogni giorno emozioni nuove sempre più forti. Beatrice Del Moro-

Oggi, alla conclusione della giornata più lunga e umida non possiamo fare a meno di segnalare che le giacche, i pantaloni e i gilet appositamente confezionati e adattati alle esigenze ciclistiche del viaggio IBASPRENGISANDUR dalla ditta SORRY di Piove di Sacco sono state fantastiche. Luciano ha pedalato tutto il giorno sotto la pioggia con il completo ed è stato caldo e asciutto tutto il tempo. Noi dell'organizzazione abbiamo lavorato al vento alla pioggia e al freddo senza alcun disagio. Nonostante il lavoro forzato gli indumenti non si strappano ne si rovinano. Hanno ogni tasca, zip e componente studiato e posizionato correttamente per il loro specifico utilizzo e sono estremamente pratiche e veloci da indossare e da togliere: grazie ai nostri amici della SORRY!

Domani giornata di riposo con una mattina di pigro rilassamento e al pomeriggio escursione in bici al cratere dell'impressionante vulcano Askja e del suo piccolo "craterino" Viti. Buonanotte Islanda e buonanotte Italia.



9 agosto 2006


Nel cratere di Askja - Gallery - -


Giornata con un 10 % di nuvole, vento assente e temperatura di 7,5 °C Rifugio DREKI, salita al cratere Askja 1200 m slm. Tappa di 20 Km totali. Pista sterrata su colata lavica dell'eruzione del 1865.

Sveglia alle 9,30. Oggi è finalmente una giornata di riposo e ce la prendiamo comoda. Dopo la colazione siamo liberi di fare quello che vogliamo fino alle 13,30 ora di pranzo. I pasti, qui al rifugio Dreki si consumano piacevolmente nella sala mensa-cucina. Quest'edificio è stato realizzato alla fine del 2004 ed è entrato in servizio nel 2005. Dispone di due camere da 4 posti al piano terra, una camerata da 30 letti più una seconda camerata da 12 persone nel piano superiore. I gabinetti sono esterni e sono quanto di meglio si possa trovare nel "nulla" con docce calde e water nuovi e ben tenuti.

In Islanda i gestori dei rifugi sono dei volontari, generalmente giovani che impegnano le loro vacanze in posti come questo. Il loro compito è ricevere le prenotazioni, tenere pulito il rifugio e riscuotere i pagamenti. La cucina viene utilizzata direttamente dai viaggiatori che si devono mettere d'accordo per gli orari di utilizzo se, come nel caso nostro, sono gruppi numerosi.

Assieme al gestore del rifugio, se questo è di importanza strategica nel territorio, è affiancato un Ranger. Generalmente questo è una persona esperta di meteorologia, territorio e trasmissioni radio. Il ranger è la persona che dispensa consigli, fornisce informazioni sulle piste da percorrere, lancia gli allarmi su improvvisi cambiamenti del tempo e, a volte, controlla se ci sono delle violazioni di legge. In Islanda è assolutamente vietato andare fuori pista. Il terreno è talmente delicato che i segni dei pneumatici di un 4x4 sul terreno possono perdurare per 50-60 anni prima che l'azione degli agenti atmosferici possano cancellarli. Per tale motivo un fuoristradista sorpreso a uscire dalle piste viene immediatamente multato salatamente, viene scortato al porto d'imbarco e gli viene interdetto l'ingresso all'isola per ben 10 anni! E vi assicuriamo che qui la legge la fanno rispettare.

Oggi sono arrivati altri 4 ciclisti dell'agenzia Kajlas di Milano. Sono 4 toscani che stanno facendo l'Islanda a tratti in bici e a tratti in auto. A differenza di IBAS loro contemplano l'utilizzo dei mezzi di assistenza per spostarsi per lunghe distanze.

Alle 14,00 dopo il pranzo ci prepariamo all'escursione al cratere Askja. Si tratta di salire circa 250 metri di dislivello in 9 km su una pista tracciata sulla impressionante colata lavica della eruzione del 1865. Durante questa eruzione la massa di lava sgorgata camminò per ben 34 km verso nord. La massa di pietra pomice lanciata in alto dalla violenza dell'eruzione fu di circa 2.250.000 tonnellate e alcuni frammenti di questo materiale eruttivo arrivarono fino in Giappone!

La salita in bicicletta la si fa in 45 minuti e ormai l'allenamento dei bikers consente di non accusare alcuna stanchezza in cima alla salita. Dal parcheggio delle auto posto a 1100 m slm si entra con un sentiero dentro il cratere vero e proprio. Il diametro del cratere è di circa 4 km ed è suddiviso un una area secca da percorre a piedi, o nel nostro caso in bicicletta, e un altro sub-cratere al livello inferiore di 30 metri dal primo che funge da raccolta dell'acqua piovana e di scioglimento dei nevai. Al lato di questo secondo cratere negli anni '90 si è aperta una nuova bocca di fuoco che ha creato un "craterino" di circa 300 metri di diametro.

Il fondo di questo cratere che si chiama VITI, letteralmente "inferno", è pieno di acqua calda a 25- 30°C di color latte. Il sole, finalmente ci accompagna in questa fantastica escursione. Il percorso dal parcheggio a VITI è un susseguirsi di variazioni di colori dal nero, al blu scuro e al rosso fuoco. La neve, bianca con venature di nero della polvere vulcanica depositata durante qualche tempesta di vento, stacca con tutto il resto.

Dopo aver visitato il lago più grande affrontiamo la discesa dello stretto e ripido canalone di fango di VITI. Sembra di entrare veramente in un accesso infernale. Sui lati delle pareti del vulcano minacciose fumarole indicano che l'attività geologica non si è fermata e l'odore di zolfo ci immerge in una atmosfera surreale. La spiaggetta nera consente di entrare in acqua lentamente poi il fondo precipita per ben 100 metri. Non ci si rende conto della profondità perché il colore latte dell'acqua impedisce di vedere già dalla vita in giù. La conformazione geometrica e il silenzio del cratere permettono di amplificare i suoni e le voci anche di intensità minimi. E' sufficiente sussurrare per comunicare perfettamente con una persona dall'altra parte del lago. La sensazione primordiale di un bagno in questo luogo rimane impressa per sempre in coloro che hanno il coraggio e la fortuna di immergersi.

Foto, filmati e poi saliamo in sella alle biciclette e ci lanciamo in una meravigliosa discesa adrenalinica di 9 km in un luogo che assomiglia sempre di più a MARTE ! Domani affronteremo la prima delle due tappe più difficili. Un deserto di sabbia nera di 15 km, la risalita di un letto di fiume che durante il giorno cambia aspetto e la salita di una collina di pietre basaltiche che ci porterà al piccolo bivacco di Kistufell dove ceneremo e dormiremo. Buonanotte Islanda e buonanotte Italia.



10 agosto '06


Sabbie e ascesa al bivacco Kistufell - Gallery - -


Giornata con un 20 % di nuvole, vento assente e temperatura di 4,5 °C Rifugio DREKI al rifugio Kistufell, 1050 m slm. Tappa di 49 Km totali. Deserto di sabbia nera, risalita di un delta di fiume glaciale e salita su collina formata da un accumulo di pietre basaltiche.

Qui nello stanzone del rifugio DREKI abbiamo l'impressione che di notte si attivi una "falegnameria" che sega legna a nastro e costruisce tavoli, sedie e mobiletti. Luciano comincia a russare sommessamente dopo appena 10 minuti la buonanotte, Gigi lo imita dopo circa mezz'ora, ma il lavoro più grande lo fa Santo che per tutta la notte "sega legna" ad un ritmo indiavolato con una potenza invidiabile. Si sono aggiunti al lavoro di "artigianato locale", alle 3 di questa mattina, due tedeschi con la loro guida islandese che ieri sera in 3 hanno bevuto circa 8 litri di vino italiano spuntato non si sa da dove.

La sveglia suona alle 6,30. Oggi entriamo nella parte del percorso più impegnativa. La risuscita delle due prossime tappe, quella di oggi e quella di domani, è fortemente influenzata dalle condizioni meteorologiche: se la temperatura dell'aria fosse troppo calda il ghiacciaio Vatnajokull rilascerebbe molta acqua e i guadi da affrontare potrebbero essere insuperabili. Se, di contro, la temperatura fosse troppo rigida, vicina allo 0°C, correremmo il rischio di trovare all'indomani nevicate nella parte alta del percorso. Oggi l'obiettivo è quello di arrivare al rifugio Kistufell a 1.050 metri slm. Questa quota corrisponde come vegetazione e clima ai 2.500 metri slm delle nostre Alpi.

Dopo la colazione nella cucina mensa del rifugio si preparano gli zaini, e si programmano i GPS. Oggi è molto importante avere questo strumento perché dovremo attraversare il piccolo deserto di sabbia nera con piccole dune basse. È difficile a credersi, ma in questi posti esiste un deserto di sabbia che si estende per 30 km. La realtà si presenta al viaggiatore con tutto il suo fascino e il suo rischio e si chiama deserto Djngjusandur.

Nelle giornate di forte vento quando la sabbia si asciuga, tutto il pianoro di 30 km del Djngjusandur viene investito da vere e proprie tempeste di sabbia che riducono la visibilità a pochi metri. In questi casi l'unico aiuto, per chi si avventuri in questi luoghi, sono le balise (pali gialli piantati ogni 100 metri) che indicano la traccia da seguire o il GPS con la traccia dei i punti di passaggio. Volendo accorciare il percorso, se le condizioni generali dei fiumi lo consentono, si può deviare dopo circa 13 km di deserto in direzione SUD-OVEST per immettersi in un delta di fiume dal fondo molto compatto e della larghezza di circa 2 km.

Su questo larghissimo letto si può puntare all'attacco della salita di Kistufell proprio a ridosso della altissima morena del Vatnajokull che in questo punto ha un fronte dello spessore di circa 40 metri. E' da questo intricato e caotico fronte di ghiaccio, rocce e sabbia che il poderoso fiume Yökuslà à Fjöllum nasce e si sviluppa. La scorciatoia, se così si può definire, ci farebbe risparmiare circa 8 Km ed è nostra seria intenzione percorrerla.

Si parte con le mountain bike alle 8,15 e il percorso aggira con un grande semicerchio il vulcano Askja in senso orario. Il deserto di Djngjusandur comincia dopo circa 8 km di pista su fondo giallo di pietra pomice. Dirigiamo la bicicletta verso OVEST controllando attentamente il GPS e le mappe per mantenere la giusta traiettoria. La sabbia è buona, permette di pedalare senza assorbire troppa potenza delle gambe. Si riesce a mantenere la corona piccola da 18 denti e il pignone da 15. E' come affrontare una salita del 10 % su asfalto costante e lunga 8 km. Nel deserto di Djngjusandur questa è una condizione ottimale se si tiene conto che alcuni resoconti di ciclisti che hanno attraversato questo deserto, riportano condizioni della sabbia tali da averli costretti a spingere la bicicletta per diversi chilometri.

Abbiamo appuntamento con le auto di assistenza proprio nel punto di inizio della scorciatoia. Le auto ci raggiungono puntualmente un chilometro prima. Marcello con la Toyota si spinge sul letto Yökuslà à Fjöllum per saggiare le condizioni dell'acqua e dopo 6 km ritorna con una buona notizia: si può percorrere il tratto della scorciatoia di 15 km perchè l'acqua è molto bassa e i rivoli del delta sono pochi. La bassa temperatura della giornata ci sta favorendo. Il sole sta inondando il deserto nero permettendoci di godere appieno questa situazione. Facciamo un breve spuntino sulla sabbia. La visibilità è ottima e

l'occhio riesce a vedere profili di vulcani a distanze enormi. A sinistra, a SUD, l'immensa calotta del Vatnajokull, il ghiacciaio che ci sta accompagnando dal primo giorno; a destra il colossale cratere scomposto dell'Askja. Dietro di noi, a EST, si staglia libero dalle nubi il monte Snaefell mentre di fronte a noi ci interrompe la vista a perdita d'occhio il vulcano Trölladyngja, piatto e simmetrico cono di 1460 m slm coperto da nevai. La risalita del fiume non presenta difficoltà, si alternano tratti di sabbia duri a rivoli d'acqua molto bassa da attraversare.

I 15 km di pista si affrontano in 1 ora e mezza. Alla fine il cono del delta si restringe a 300 metri proprio dove la morena del ghiacciaio comprime il fiume dalla collina Urðarhàls di 823 m slm formata da un ammasso impressionante di pietre basaltiche grigie chiare tutte di dimensioni non superiori a quelle di lastre di porfido. In questa strettoia l'acqua sgorga dalla morena ricoprendo al 70% il letto del fiume e proprio in questo punto che ci troviamo a guadare il corso d'acqua pedalando forsennatamente. La temperatura dell'aria ormai si è alzata, l'effetto ottico dell'attraversamento dei rivoli dà l'impressione che più si avanza è più cresce l'acqua. Siamo titubanti , non abituati a situazioni di questo tipo e cerchiamo di raggiungere il lato sinistro del fiume e portarci il più velocemente possibile all'asciutto su un terreno sicuro. Siamo fuori dal primo grande rischio.

Matthilður e Adriana ci hanno preparato un pranzo in questo posto, elevati di circa 30 metri dal letto del fiume. L'attrezzatura da campo che utilizziamo è di Percorsi Etnici. Adriana, come presidente della Onlus, ha messo a disposizione di IBAS la preziosa attrezzatura da cucina e da campo; tutti i pezzi sono praticissimi, robustissimi frutto della grande esperienza che Percorsi Etnici ha accumulato nei viaggi in Islanda, Marocco e Tunisia.

Finito di rifocillarci i 4x4 cominciano ad affrontare la salita sui lastroni di basalto dalla collina Urðarhàls che ormai abbiamo soprannominato il "pavé islandese". Su questo lastricato scomposto la velocità della fuoristrada è molto vicina a quella delle nostre mountain bike 4-5 km/h. Le auto hanno dimensioni tali che le costringono a traiettorie obbligate, la mountain bike dimostra in questi frangenti una agilità enorme permettendo di appoggiare le ruote sui sassi più "comodi". È talvolta perfino divertente giocare d'equilibrio con il terreno. Si procede così per circa 7 km senza fare fatica.

Lo scenario cambia e ora il Kistufell, letteralmente la "montagna a forma di scrigno", si frappone tra noi e il ghiacciaio Vatnajokull. Quando siamo nella sommità della collina di pietre Urðarhàls improvvisamente a 10 metri dalle nostre ruote anteriori si apre una voragine enorme. Ci fermiamo sul ciglio di questo enorme depressione a forma di fagiolo che sembra scavato da una gigantesca ruspa. Non ci sono colate di lava, riporti di detriti: è sicuramente un antico cratere. Forse un geologo ci potrebbe spiegare questa stranezza islandese. Ci sporgiamo e immaginiamo la potenza che ha potuto generare l'apertura di questo cratere profondo 60 metri.

Riprendiamo ora scendendo la pietraia a OVEST ed ecco che a 2 km, verso il monte Kistufell, si vede finalmente il piccolo bivacco ancorato sulla pendice sabbiosa della montagna. Il terreno ora cambia diventando sabbioso- ghiaioso. Due ripide salite da affrontare spingendo le bici ci portano al bivacco dove Adriana, Matthilður e Marcello hanno organizzato le due stanzette per la cena e ci accolgono come eroi.

Siamo esaltati dal raggiungimento della meta odierna, ci congratuliamo tra di noi con l'ululato dei lupi che è diventato simbolicamente il nostro grido di festeggiamento. A queste latitudini il sole tramonta intorno alle 22,00 e la lunga giornata ci permette ancora delle visioni incomparabili regalandoci scenari, emozioni ed esperienze in una terra sconosciuta ai bikers.

Prima di cena ci rendiamo conto che nelle immediate vicinanze del Bivacco Kistufell non c'è acqua. Occorre andare a cercarla per cucinare. Con Stefano percorriamo in Toyota circa 6 km di pista verso ovest per attingere ad un fiume di scioglimento circa 20 litri d'acqua piena di limo. Al bivacco cerchiamo di filtrarla con i filtri del caffé, ma l'impresa si dimostra lunga. Lasciamo precipitare il limo nei pentoloni per circa mezzora e a quel punto anche se l'acqua non è trasparente, sotto indicazione di Matthilður la testiamo bevendola. Non fa una bella impressione a vedersi, ma è bevibile e ottima per cucinare! Dopo 1 ora comincia a piovere e Stefano ha la brillante idea di raccogliere l'acqua piovana dal tetto del bivacco. Si attrezza con le bottiglie di plastica e in 20 minuti riempie nuovamente i pentoloni di acqua purissima: bravo Stefano!

La temperatura all'esterno è scesa a 3,5°C e ne siamo lieti. Domani sicuramente i guadi saranno tutti fattibili. Speriamo solo che non nevichi. I posti letto nel bivacco sono solo 8. Marcello, Adriana, Matthilður e Luciano dormono in tenda a 50 metri dal piccolo rifugio: questa notte non verranno disturbati dai massacranti turni di lavoro della "falegnameria". Buonanotte Islanda e buonanotte Italia.



11 agosto '06


Il giorno dei guadi per Nydalur - Gallery - -


Giornata con un 100 % di nuvole, vento 27 Km/h da Ovest e temperatura di 2,3°C Dal rifugio Kistufell, 1050 m slm al Rifugio Þvermòður (fiume Nydalur). Tappa di 58 Km totali. Salita a 1200m slm, punto più alto del viaggio, su colate laviche e torrenti di scioglimento del ghiaccio Vatnajokull, terreno sconnesso, passaggi su lastroni di basalto compatti e piatti. Pista ondulata e guadi alti.

La notte in tenda è stata caratterizzata da colpi di vento formidabili che si ripetevano intramezzati da calma piatta assoluta dell'aria. Nel bivacco, diversamente, la quiete era totale. La costruzione risalente a 20 anni addietro è ottima e ben isolata tanto che chi vi ha dormito ha sofferto anche un po' di caldo. Questa mattina dobbiamo affrontare i guadi più impegnativi, quelli che nel 2004 hanno fermato i fuoristrada di Percorsi Etnici costringendoli a un lungo giro di 150 km per ritornare alla capitale. Adeguandoci alla naturale variazione giornaliera dei livelli dell'acqua dei fiumi glaciali, decidiamo di partire molto presto regolando la sveglia alle 4,30 del mattino.

Ci alziamo e controlliamo subito il termometro: 2,5 °C. E' freddo e noi ne siamo felici perché il ghiaccio si scioglierà molto lentamente. Piove e il vento sta rinforzando da ovest, lo avremo proprio di fronte. Meglio la pioggia e il vento che i guadi alti con corrente. Dopo una buona colazione il gruppo di bikers si avvia ululando come ormai di consuetudine nella discesa di sabbia che porta dal rifugio alla pista Gæsavatneleið famosa in Islanda per essere la più difficile pista per i 4x4 in parte già percorsa da noi ieri. Diversi libri editi nell'isola raccontano delle difficoltà e dei pericoli che corrono i viaggiatori affrontando questo percorso; nei rifugi sono esposti avvisi nelle varie lingue che mettono in guardia gli autisti dei 4x4 contro i possibili pericoli che si possono presentare approcciando la pista senza adeguata preparazione. Noi abbiamo percorso il tratto 4 volte negli ultimi 6 anni; una volta siamo stati bloccati da una piena eccezionale nella parte bassa della pista e una seconda volta, lo scorso anno, abbiamo affrontate la Gæsavatneleið ricoperta da 50 cm di neve già dal rifugio Dreki.

I ciclisti già nei primi km devono affrontare il freddo intenso unito alla pioggia e al vento contro. La parte di salita ci permette di scaldare un po' i muscoli. La ricerca del migliore appoggio delle ruote richiede impegno e uno sforzo di attenzione che talvolta ci fa scordare completamente la consapevolezza di noi stessi e ci fonde col paesaggio circostante. Diventiamo noi stessi le rocce e i sassi che ci circondano, siamo la nebbia che ci avvolge e baciamo e sputiamo l'acqua che ci bagna. Ma basta un attimo e le vedute che registriamo e le sensazioni che sperimentiamo ci risvegliano e si svelano in tutta la loro grandiosità: pinnacoli di rocce, colate di lava raffreddate su precedenti colate, colonne di rocce accumulate da mani rispettose quasi in segno di dono propiziatorio agli spiriti di queste misteriose terre.

E sotto la pioggia, con i muscoli dolenti per la salita e ripensando alle bevande calde della mattina, ci fermiamo lo stesso per catturate delle immagini. Le mani intirizzite corrono alle macchine fotografiche e le dita irrigidite escono a fatica dai guanti cercando l'inquadratura meno riduttiva per fissare nei pixel almeno il riflesso di questi luoghi e di questo tempo. Ed è oggi, nonostante il tempo inclemente e il freddo pungente, un continuo avvicendarsi di pedalare e fermarsi per quanto numerose sono le improvvise variazioni di visuale e le rivelazioni inaspettate. Il fiore nascosto dove non penseresti, la configurazione naturale di fessure che sembrano disposte da mano umana, la traccia lasciata chissà quanto tempo prima da un'altra persona.

Dopo l'ennesimo guado i piedi sono ormai diventati quasi insensibili e Marcello, Adriana e Mattilður ci raggiungono con le auto portandoci, meraviglia, una cioccolata calda. Cosa? Qui? Su questa pista isolata? Vicino al mitico Spregisandur? Una cioccolata bollente? Forse una bufera di neve sarebbe stata più appropriata vista la giornata e la temperatura: 5 gradi e vento contrario. L'occasione è buona per l'ennesima, stupefacente foto. Durante la sosta anche Sebastien e Beatrice, pur particolarmente resistenti alle intemperie, cercano il momentaneo ristoro al caldo dentro l'auto. Ma è giusto un attimo. Come ricorda la canzone di De Andrè:"…e fu il calore di un momento poi via di nuovo verso il vento davanti gli occhi ancora il sole dietro le spalle un pescatore…". È poi si riparte mentre le auto ci precedono.

Avanziamo nel freddo impostando il "pilota automatico". Niente di tecnologico: intendo quell'aggeggio mentale che di fronte alla sofferenza fisica non ti fa dire "ma chi me l'ha fatto fare" ma ti permette invece di continuare a pedalare perché tanto prima o poi passa. E fortunatamente, scendendo di quota, la temperatura si alza un po'. Comunque, con un massimo di 6/7 gradi, i guadi non ci sono molto graditi e facciamo difficoltà a credere a Marcello quando afferma che siamo fortunati per il freddo che impedisce un flusso troppo impetuoso delle acque. Forse lui pensa all'auto e, ovviamente, in questo, ha ragione.

La tecnica di attraversamento di un guado consiste innanzitutto nell'armarsi di pazienza quindi togliersi le scarpe, mettersi le ciabatte, passare il guado, asciugarsi e rivestirsi. Diversamente, passando in fretta, si corre il rischio di percorrere parecchi chilometri con i piedi bagnati e la cosa, è successo, non è piacevole.

Siamo da pochi chilometri finalmente sulla SPRENGISANDUR(si legge in islandese sprenghisandùr) la pista che da il nome alla nostra associazione. La partenza anticipata questa mattina ci mette nelle condizioni di poter arrivare alla fine della tappa entro l'ora di pranzo e mangiare all'asciutto nello stanzone prenotato per noi. Dopo l'ennesimo guado con acqua torbida e corrente potente risaliamo in bici per gli ultimi chilometri, le ultime salite, gli ultimi guadi, sempre immersi in questi paesaggi stupendi che cominciano a sovrapporsi nella memoria visiva creando un labirinto mentale analogo al susseguirsi delle curve distese su queste montagne e colline.

Dal rifugio, vicino alle auto dell'assistenza attendiamo con il fiato sospeso l'arrivo dei freebikers; il telefono satellitare è acceso per poterci attivare immediatamente per qualsiasi problema, la tappa di oggi non la sottovalutiamo affatto. Dal rifugio ci spingiamo 500 metri verso lo Sprengisandur come per andare incontro ai 7 ciclisti che devono essere ormai in arrivo. E infatti ecco due puntini lassù sulla collina che cela lo sguardo oltre. Con il binocolo riconosciamo Beatrice e Sebastien.

Bea è una potenza senza fine si tuffa giù per l'ultima discesa, ha visto il rifugio e ha accelerato l'andatura. Ci prepariamo con la macchina fotografica e la telecamera per riprendere l'ultimo lungo guado che si frappone tra lei e il rifugio. Ci attenderemo che Beatrice si fermi sulla sponda del fiume per levarsi le scarpe e mettersi le scarpette di neoprene, ma la stessa grintosa ragazza ci sorprende tuffandosi senza rallentare la corsa alla massima velocità nell'acqua trasparente e con vigorose pedalate e enormi spruzzi riemerge prima che possiamo puntare le macchine digitali per cogliere l' attimo che sfugge!

È seguita a 50 metri da Sebastien che per emulazione si tuffa anche lui nel guado con delle grida di gioia, tanto tra pochi minuti saranno nel rifugio a farsi una doccia calda. Siamo felici, la pista Gæsavatneleið è stata domata anche dalle nostre biciclette! Il 2006 sarà un anno che sarà ricordato da molti: un gruppo di 7 biciclette ha attraversato la pista Gæsavatneleið dal vulcano Askja al rifugio Þvermòður passando per Kistufell.

Arrivano anche Stefano con la bicicletta vistosamente storta, Gigi, Santo, Luciano e Matteo. Siamo ormai riuniti attorno al tavolo a pranzare e a farci raccontare la grande avventura dagli eroi del giorno. Un ululato di branco di lupi si diffonde per il rifugio. Siamo noi di IBASprengisandur! Buonanotte Islanda e buonanotte Italia.



12 agosto '06


La via dello Sprengisandur - Gallery - -


Giornata con un 30 % di nuvole, vento 10 Km/h da Nord-Ovest e temperatura di 11 °C Dal Rifugio Þvermòður alla vecchia stazione di servizio dimessa di VERSALIR. Tappa di 57 Km totali. Sprengisandur ondulato con pista di sassi toule ondulee.

Ieri pomeriggio, dopo la grande fatica abbiamo dedicato il resto della giornata al riposo e a rimettere a posto le biciclette fortemente provate dalla pista Gæsavatneleið. La bicicletta di Stefano ha ricevuto un duro colpo sulla forcella che è rimasta piegata e disassata rispetto all'asse del telaio. Per sistemarla ci inventiamo un banco da assetto utilizzando il basamento in legno del rifugio come maschera di bloccaggio del telaio legandolo con una cinghia a cricco. Poi avviciniamo la Toyota al basamento e imbrigliamo la forcella della bicicletta in corrispondenza del mozzo della sua ruota anteriore con una cinghia "strop" con megacricco del tipo utilizzato dai camionisti per legare i carichi ai pianali; l'agganciamo alla 4x4 in corrispondenza del paraurti posteriore e tiriamo.

Ci vogliono ben tre tentativi con relative verifiche dell'assetto della ciclistica per riportare la forcella in una posizione corretta almeno ad occhio. Stefano può continuare a pedalare in condizioni di assetto buone, poi la sistemazione finale della bike si farà a Treviso con calma e con gli attrezzi idonei. Rimane il tempo prima di cena per un primo bilancio dell'efficienza dell'organizzazione IBASPRENGISANDUR dopo le tappe che si sono affrontate fino ad oggi. E' andato tutto liscio come l'olio, Luciano, Stefano, Matthilður, Adriana ed io siamo concordi che la prima edizione di IBAS fino ad ora ha funzionato come un orologio svizzero, complice anche le condizioni di tempo non impossibili.

Siamo contenti della preparazione che già da ottobre 2005 aveva pianificato il viaggio nei suoi più piccoli particolari. I viaggi di questo tipo nel deserto devono essere attentamente pianificati per evitare che accadano grandi inconvenienti ai mezzi e alle persone. Bisogna, inoltre, essere in grado di far fronte alle piccole incognite prevedendo i materiali che occorrono, le persone da contattare, i luoghi da raggiungere in caso di necessità. Il margine di imprevedibilità lascia comunque spazio a soluzioni creative e dettate dall'esperienza che costituiscono il bagaglio dei viaggi successivi. Il prossimo anno ripeteremo IBASPRENGISANDUR con la preziosa esperienza acquisita quest'anno aggiungendo all'organizzazione e alla pianificazione gli elementi emersi da quest'edizione.

La luna, dopo cena fa la sua comparsa da dietro la montagna ghiacciaio Tungnafellsjökull 1.520 m slm, probabilmente domani il tempo sarà buono. Sistemo le ultime cose prima della tappa successiva come faccio ogni sera e vado a dormire anch'io. La sveglia è, oggi 12 Agosto 2006, fissata per le 7,45. Oggi è il compleanno della moglie di Stefano, Lucia: tanti auguri da tutti i componenti di IBAS.

La colazione viene consumata nella stanzone dormitorio al primo piano. Il gruppo, dopo aver preparato sapientemente le borracce con i sali minerali indispensabili per affrontare le fatiche della giornata, parte con uno spirito di rilassatezza dovuto alla consapevolezza che il tratto più difficile del viaggio è ormai alle spalle.

Appuntamento con il pranzo nel centro dello Sprengisandur alle 13,00. La pista è scorrevole, il vento ci aiuta spingendoci un po'. Occorre trovare il terreno ideale per le ruote delle biciclette che devono evitare la toule ondulee creata dai pneumatici dei 4x4. Il paesaggio si allarga in questo enorme vallone che divide i due ghiacciai, il Vatnajokull e il Hofsjökull. La vegetazione è rarissima e posizionata in quelle poche zone dove d'estate l'acqua sgorga con una certa regolarità dal terreno. Ci vengono in mente le foto in bianco e nero d'epoca della prima attraversata dello Sprengisandur compiuta da dei pionieri a bordo di un'auto aperta nel 1933. Erano proprio questi giorni dell'anno e la cronaca del diario del viaggio riporta le stesse difficoltà incontrate dai nostri ciclisti 73 anni dopo.

Il grigio del terreno ghiaioso si spinge fino alle basi dei ghiacciai. La desolazione del deserto nordico ci accompagna per 50 chilometri. La sensazione di immersione in questo inconsueto scenario è bellissima. Il sole fa capolino e nell'ennesima sosta ci sdraiamo sul manto ghiaioso riscaldato: è un effetto benefico e rilassante per il corpo che ha subito i sobbalzi giornalieri e per lo spirito che ha maniera di unirsi con gli elementi base della nostra vita. Ci fermiamo a fare spesso foto.

Arriviamo alla vecchia stazione di servizio dimessa di Versalir, porta d'ingresso dello Sprengisandur da sud. Il locale è stato aperto apposta per noi dal suo gestore. Fino al 2000 c'era una pompa di benzina che riforniva i pochi veicoli che non avevano la possibilità di portarsi dietro taniche di carburante aggiuntivo e arrivavano qui con il serbatoio ormai agli sgoccioli. Poi la pompa è stata rimossa e la stazione di servizio chiusa.

Solo la passione del biondo "dentone" Sjggi ha permesso la riapertura della base del deserto su prenotazione. Questa sera, però, grazie al servizio che ha aperto per noi, per Sjggi è arrivato un guadagno in più di circa 15 persone che vista la struttura aperta si sono fermati a dormire. Il ringraziamento di Sjggi per questo è la preparazione di uno squisito dessert a base di cialda calda con marmellata: gli islandesi sono fatti così. Buonanotte Islanda e buonanotte Italia.



13 agosto '06


Paesaggi vulcanici per Landmannalaugar - Gallery - -


Giornata con un 100 % di nuvole, vento 15,3 Km/h da Nord-Ovest e temperatura di 9 °C. Dalla vecchia stazione di servizio dimessa di VERSALIR a Landmannalaugar. Tappa di 80,5 Km totali. Sprengisandur ondulato con pista di sassi toule ondulee. Pista su regione vulcanica tra lava e rocce vulcaniche.

Sarà perché oggi è 13, sarà perché fino ad oggi tutto è andato per il meglio, almeno per quanto riguarda i mezzi meccanici, sarà perché qui in Islanda si racconta che ci sono aree che sono di proprietà di spiriti bricconcelli e Troll antipatici (sono degli esseri burloni e cattivi che esistono nei territori islandesi), fatto sta che la giornata comincia con un brutto presagio: appena pronti per partire, Sebastien nel gonfiare la ruota anteriore della sua mountain bike rompe la valvola della camera d'aria. Questo fa ritardare la partenza per l'obbligata sostituzione della camera d'aria danneggiata con una nuova.

Sostituito il pezzo il gruppo sta nuovamente per partire dalla stazione di servizio dimessa di Versalir che ci ha ospitato per la notte quando Matteo si accorge che il suo pneumatico posteriore è stato massacrato dallo Sprengisandur e presenta un "bozzo" evidente e preoccupante in corrispondenza del cerchione: che fare? Matteo dice che lui parte lo stesso e che strada facendo verificherà se intervenire o meno. Il grigio del cielo copre tutto il territorio che riusciamo a spaziare con la vista e l'aria è carica di umidità; sembra che debba piovere da un momento all'altro. Eppure il tempo viene dato in miglioramento. Anzi, le previsioni arrivate via fax alla stazione di Versalir dicono che avremo 2 giorni di bel tempo. In Islanda, già lo abbiamo detto, le previsioni meteorologiche sono sempre azzeccate e sappiamo anche che parlare di tempo oltre le 24 ore non ha senso.

Fiduciosi del lavoro dei meteorologi si comincia a pedalare sapendo che con il volgere della giornata le nuvole dovranno cedere spazio anche all'azzurro. Partito il gruppo come ogni mattina mentre Matthildur e Adriana si danno da fare per preparare il pranzo per i ciclisti, io riordino gli alloggi, carico i bagagli del gruppo sulle macchine e alla fine di tutto, si salda il conto della notte passata nel rifugio. Prima di accendere il 6 cilindri della mia Toyota mi concedo una doccia e, neanche farlo apposta mentre sono insaponato, bussa alla porta della doccia Adriana che mi passa un foglietto scritto da Luciano. Il pezzo di carta è arrivato qui a Versalir portato da un gentile autista di bus 4x4 che ha fatto una deviazione per portare la missiva: "Matteo è fermo a 8,4 Km dalla partenza con il copertone della ruota dietro squarciato. Serve un pneumatico nuovo".

Sono alquanto arrabbiato: possibile che nessuno abbia un pneumatico di ricambio dietro? E se succedeva a 40 km avremmo dovuto correre con l'auto per portare il ricambio per tutta quella strada? Pazienza, cercheremo di capire perché questo è avvenuto e di porvi rimedio per le prossime tappe. Arriviamo al km indicato e vediamo che si stanno dando tutti da fare per sistemare la gomma. Sono allegri e scherzosi, bene. Consegnato il pneumatico la riparazione avviene in pochi minuti e si riparte. Il morale del gruppo è alle stelle, il viaggio, ora, sembra quasi rilassante e tutti sono uniti nell'andatura quasi turistica. È così che deve essere.

Il viaggio in questi posti deve avere come obiettivo quello di arrivare. Non serve a nulla fare una gara con se stessi o con gli altri per provare chissà che. La bicicletta è il mezzo che ci consente di spostarci sul territorio, in certi casi se si dovesse rompere, potrebbe compromettere il viaggio del singolo o di tutto il gruppo; meglio conservarlo bene senza rischiare danneggiamenti che in Italia potrebbero essere delle sciocchezze, ma che qui, a 300 km dal più vicino meccanico, potrebbero rappresentare dei seri problemi da risolvere.

Il ciclista è il motore che permette al mezzo uomo-bici di poter viaggiare. Sprecare troppe energie, o farsi male per un momento di adrenalina in più potrebbe essere fatale al viaggio. I sette di IBAS se ne sono resi conto già dal terzo giorno quando Gigi in una discesa è rovinosamente caduto sulla faccia. In quel frangente il casco ha fatto il suo dovere, ma se le conseguenze della caduta fossero state ben più serie di un taglio sulla guancia allora avremmo potuto dire addio al viaggio. Tutti si sono resi conto di come è facile distruggere in un attimo un sogno che è stato da tanto tempo desiderato e ne hanno tratto ognuno a modo proprio le conclusioni. Dopo quell'episodio il gruppo si è compattato adeguando la velocità di tutti a quella del biker che quel giorno andava più piano e arrivando a destinazione sempre uniti: bravi!!!

Adriana oggi mi sostituisce alla guida della Toyota come per altri giorni stando al posto del passeggero mi godo lo scorrere delle immagini. Con le auto allunghiamo il percorso per arrivare alla prima stazione di servizio che si incontra a sud dello Sprengisandur, la stazione di Hrauneyier. Facciamo il pieno alla Land Rover di Matthildur e prendiamo un caffè e una fetta di torta appena sfornata seduti; ci godiamo un po' di comodità in attesa che arrivino le 13,30 ora prevista per l'incontro con i bikers. Sulla pista il tempo puntualmente migliora e si cominciano a vedere degli squarci di azzurro. Si pedala tra grandi laghi artificiali. Qui la regione è stata utilizzata per altri bacini idroelettrici costruiti tra il 1995 e il 2001.

Il cognato di Matthildur, Gunnar, è un ingegnere termotecnico che progetta impianti per lo sfruttamento dell'energia geotermica. La sua azienda è leader nel mondo ed esporta impianti e consulenze per il globo Italia compresa. Lo scorso anno quando lo incontrai per parlare delle dighe di Karahnjukar mi disse che l'energia occorrente per fare funzionare l'ALCOA poteva essere estratta tranquillamente per il 100% dal sottosuolo islandese. Non solo, che tutta l'energia richiesta in futuro all'Islanda e alle industrie che vorranno investire in Islanda in tecnologie potrà essere soddisfatta utilizzando la geotermia a costi concorrenziali. Occorre cercarla e questo non è un lavoro che fanno le imprese americane che non trattano la tecnologia per motivi economici e di politica economica. Egli, islandese, tecnico conoscitore di un tipo di energia inesauribile dice che le grande opere idrauliche in Islanda sono inutili e dannose e che è un biglietto che gli islandesi devono pagare agli Stati Uniti per avere in cambio strade ponti e macchine per la movimentazione terra.

In effetti abbiamo notato che il numero di ruspe e macchine operatrici in Islanda negli ultimi tre anni è aumentato in quantità evidente in ogni paesetto che si incontra. Caterpillar ovviamente. Anche la Ring Road, la strada che collega tutte le località islandesi e che corre per tutto il perimetro dell'isola è ormai completamente rifatta e asfaltata con nuovi ponti e due gallerie di discreta lunghezza. Insomma il governo islandese con le sue risicate entrate derivanti dalle tasse di appena 250.000 abitanti contribuenti non avrebbe mai potuto permettersi di sistemare la sua strada più importante; ecco che in appena due anni ben 2500 km di strada è stata praticamente rifatta: chi ha pagato? Probabilmente Karahnjukar è il rovescio della medaglia di tante cose che stanno avvenendo qui.

Il pranzo lo consumiamo al bivio che sgancia il nostro percorso dallo Sprengisandur. Ormai la pausa del pranzo è un momento per ritrovarci e per raccontarci le avventure su due ruote. Non ci sono stati altri problemi tecnici nei 40 km percorsi e la voglia di arrivare al Landmannalaugar è tanta. Per arrivarci occorre attraversare una delle zone più affascinanti dell'Islanda: un parco protetto caratterizzato da un numero impressionante di vulcani, colate laviche e laghi naturali.

La caratteristica di questa area è che i vulcani sono quasi completamente ricoperti da muschi che vanno da un verde chiaro pallido, che rappresentano i muschi più antichi (risalenti a circa 250 anni) a un verde fluorescente vivo. Chi non ha mai visto questi muschi non può capire cosa significa vederli verdi fluorescenti. Le fotografie riescono solo a suggerire il colore reale.

La pista si snoda schivando i vari vulcani come un enorme labirinto naturale. Il vulcano di fronte cela la vista a quello successivo e così via fino ad arrivare ad uno dei luoghi più fotografati al mondo: Landmannalaugar. Difficilissimo da pronunciare questo luogo rappresenta tutto quello che un geologo può desiderare per poter toccare con mano quello che ha studiato. Le colorazioni delle terre spaziano dai viola e blu scuri ai rossi accesi, ai rosa, gli arancioni e crema segnati dai rivoli di muschi fluorescenti. Qui e là fumarole e soffioni boraciferi fanno intuire che la terra a Landmannalaugar è viva più che mai. I 7 free riders dormiranno nel rifugio più richiesto dell'isola, mentre noi dell'assistenza allestiamo la tenda mensa e le nostre tende per la notte.

Ci immergiamo subito nel fiume geotermico caldo che completa l'opera artistica che la natura ha voluto regalare a questo luogo. Ma del bagno e della giornata a Landmannalaugar parleremo domani, meritata giornata di riposo per tutti. Cena nella tenda mensa e poi a letto tutti nel saccopelo. Siamo tutti molto stanchi! Buonanotte Islanda e buonanotte Italia.



14 agosto '06


Le terre di Landmannalaugar - Gallery


Giornata con un 20 % di nuvole, vento 11,2 Km/h da Nord-Ovest e temperatura di 8 °C Giornata di riposo a Landmannalaugar.

Landmannalaugar è una ampia spianata cui si accede da nord con una pista che costeggia il torrente Jökulgilskvisl che ha scavato la valle omonima. Appena la valle si allarga il viaggiatore, per accedere alla spianata dove c'è un rifugio e il campo delle tende, è costretto ad affrontare un guado con l'acqua alta 50 cm. Le auto berline tradizionali hanno una sola via per arrivare a Landmannalaugar ed è la pista da nord, ma appena arrivano all'accesso della spianata sono bloccate dal guado d'ingresso e le macchine devono essere parcheggiate a 500 metri dal rifugio. I fuoristrada passano facilmente come gli autobus 4x4 che arrivano qui dalla capitale per portare i turisti a visitare questo regno vulcanico. Le biciclette e i pedoni hanno una lunga passerella per superare il guado ed è proprio per questo accesso che Luciano, Stefano, Gigi, Matteo, Beatrice, Santo e Sebastien sono arrivati ieri sera.

Lo scenario, già dalla spianata delle tende, è notevole: a sud una serie di valli che si incuneano nel letto ramificato del Jökulgil, un torrente con sinuose ramificazioni che tagliano ripetutamente la valle. A nord, oltre all'acceso stradale della valle, si nota la catena delle montagne variopinte del Suðurnamur con due picchi rispettivamente di 873 e 916 m slm. A est le montagne più fotografate qui a Landmannalaugar: la catena Norðubarmur che al tramonto esibisce colorazioni che vanno da un oro a un arancione acceso.

A ovest la colata lavica Laugahraun alta 40 metri, nera con uno strato di muschio antico che si è arrestata a 30 metri del luogo dove è stato edificato il bel rifugio in legno. Proprio a destra del rifugio un piccolo camminamento di legno su palafitte porta alla grande attrazione del luogo: il laghetto di acqua geotermale a 38-40°C. Una piattaforma alla fine del camminamento consente alle persone di spogliarsi, appendere asciugamani e vestiti e immergersi nelle limpide acque ristoratrici. Non esiste orario per andare a fare il bagno nel laghetto: già la mattina alle 5 si trovano delle persone che cominciano la giornata con una immersione energizzante; durante la mattinata arrivano i pullman 4x4 con gruppi di persone ansiose di immergersi a Landmannalaugar, il pomeriggio è la volta dei viaggiatori con i 4x4 che devono fare tappa qui per la notte. Infine a mezzanotte c'è sempre qualche romantico che decide che è bene chiudere la serata con un bagno sotto le stelle, se ci sono.

Ma Landmannalaugar è anche e soprattutto trekking. I percorsi proposti sono tanti e di diverso impegno. Noi di IBAS percorreremo oggi quello che ci porterà in cima al monte Balnhukùr (850 m slm) con una salita di circa 1,30 ore, la discesa a ovest del campo tende e il giro della colata lavica Laugahraun per vedere una serie di soffioni boraciferi alla base del Brennisteinsalda un picco con terre rosse vive, gialle, ocra e macchie di zolfo. La salita è facile ma oggi il vento a metà mattinata si è rinforzato notevolmente.

Le previsioni danno vento che da Nord Ovest girerà in direzione da Nord; questo significa bel tempo, ma le temperature tenderanno ad un deciso ribasso e già salendo sulle montagne vulcaniche siamo costretti a proteggerci con i cappucci delle giacche a vento.

La visione dalla cima del Balnhukùr è spettacolare, si riesce a spingere lo sguardo fino al ghiacciaio Vatnajokull, anzi là in fondo si vede nettamente il monte Herðubreid che sta a nord del vulcano Askja a circa 120 km da dove siamo ora. Le montagne che fanno da corona a Landmannalaugar esprimono una variabilità di cromie eccezionale, è impossibile fare un paragone con altri luoghi conosciuti. Nella zona a nord, i laghi riflettono il blu intenso del cielo che mano a mano che la giornata trascorre riempie la volta sopra di noi.

Le macchine fotografiche sono ormai accese da un bel po' e stanno immagazzinando immagini da riportare a casa. Ci buttiamo a capofitto lungo il ghiaione che riporta a valle e dopo un breve riposo cominciamo il periplo della colata lavica Laugahraun passando per un'area di soffioni boraciferi che emette fumi e puzza di zolfo in quantità notevole. Completiamo il giro in 4 ore e arriviamo stanchi alla tenda per mangiare lo spuntino preparato dalla nostra inimitabile Matthildur e dalla sua assistente tuttofare Adriana.

Il pomeriggio passa tranquillo tra pennichelle e meritato riposo, qualcuno si rituffa nel lago d'acqua calda e qualcun altro si spinge in uno dei fondovalle che fanno da panorama al campeggio. Siamo tutti pienamente consapevoli di aver ricevuto da questo paesaggio tantissimo, più di quello che ci saremmo aspettati. Se potessimo portaci a casa una parte di questo mondo probabilmente lo faremmo. Resta la consolazione di raccogliere alcuni simboli di questa terra: un pezzo di riolite, di ossidiana lucidissima e nerissima, di olivina verde scura, di pietra pomice o di sassi con forme curiose e particolari come i tre sassetti che Sebastien ha trovato e che hanno la silouette stilizzata dell'Africa, il suo continente preferito avendo vissuto parte della sua vita in Sudafrica.

Alla sera il vento è diventato una potenza costante. Ci costringe a rinforzare i tiranti della tenda mensa che è sottoposta ad un carico aerodinamico notevole vista l'altezza e la superficie laterale, ma non ci preoccupiamo più di tanto in quanto la struttura in alluminio sta reggendo benissimo. Ci chiudiamo in essa per consumare una cena a base di filetto morbidissimo di pecora alle erbe aromatiche cucinato alla griglia affiancato da purea come contorno e per completare in bellezza crepes con panna montata e marmellata all'interno. Una delizia. In questa seconda notte a Landmannalaugar sarà di scena il vento! Sta ancora rinforzando e la temperatura è scesa a 6 °C.

Adriana ed io ci chiudiamo nella nostra AirCamping sopra il tetto della Toyota, ci copriamo per bene e ascoltiamo l'urlo del vento che scuote la tenda. Nella notte freddissima ci svegliamo e scendiamo due volte dalla tenda per verificare che il tendone della mensa sia ancora in efficienza. Nessun problema nonostante il vento abbia raggiunto i 45 km/h, tutto è a posto. Nel rifugio il sonno dei bikers viene pesantemente disturbato dall'arrivo di due spagnoli che russano a più non posso. Buonanotte Islanda e Buonanotte Italia!



15 Agosto '06


Le polveri di Hekla - Gallery - -


Giornata con un 0 % di nuvole(!), vento 15,2 Km/h da Nord e temperatura di 6°C Ultima tappa in bicicletta Da Landmannalaugar a Rjupnavellir.Tappa di 62 Km totali. Pista tra le terre vulcaniche della zona di Landmannaleið, che si snoda su pietra pomice dell'eruzione del 1997-98-99 del vulcano Hekla(1491 m slm).

La mattinata è di quelle che non si possono scordare facilmente: non c'è una nuvola ruotando lo sguardo a 360°. E' freddo ma alle 8,00 il sole scalda già abbastanza. Il buonumore coinvolge tutti anche se la consapevolezza, un po' triste, che oggi è l'ultimo giorno che si pedala segna di leggera malinconia l'animo del gruppo che si è trovato unito ad affrontare difficoltà e sofferenze negli 11 giorni di percorso in bike.

Il vento soffia discretamente da nord e ci darà sicuramente una mano nella parte finale del percorso spingendoci quando dovremo dirigere la ruota anteriore della nostra bici a sud. Consumiamo la colazione, facciamo i bagagli, li portiamo vicino alla Toyota e poi via, si parte per l'ultima tappa.

Lo scenario di ieri viene esaltato dal sole che ha invaso valli, coperto cime, ed è penetrato perfino delle fredde acque dei laghi. Dopo appena 6 km dalla partenza in un incrocio a 4 piste facciamo una deviazione di circa 2 km, non prevista dal road book. Si sale rapidamente su un crinale coperto da muschi verdi accesi. Siamo costretti a scendere presto dalla bicicletta per spingerla a mano faticosamente lungo il ripido crinale. La fatica ci spossa. Finalmente la pendenza si attenua fino ad farci intravedere il culmine della cima collinosa. Ci arrestiamo perché il terreno si interrompe improvvisamente lasciando il posto ad una impressionante voragine profonda una cinquantina di metri larga 1200x 600 metri: il vulcano Ljotipollur sembra essere stato scavato più da un gigantesco meteorite a forma di pallone da rugby che da un 'eruzione vulcanica.

La crosta superficiale rocciosa del terreno del bordo del cratere ha uno spessore di circa 3 metri ed in alcuni punti è piegata e deformata verso il centro della voragine sporgendo oltre il bordo di 3-4 metri. È come se non avesse avuto il tempo di raffreddarsi completamente e il vuoto creato dall'eruzione ha sottoposto questo bordo perimetrale all'azione della gravità deformandolo plasticamente tanto da creare la sbordatura interna: ricorda gli orologi fluidi di Salvador Dalì. Il colore delle rocce e delle terre sul lato opposto al nostro punto di osservazione vanno da un rosso fuoco scuro al nero inframmezzato dai consueti rivoli di muschio verdi fluorescenti. L'acqua, lì sotto, è scurissima e riempie tutta la base del cratere. La visione è mozzafiato!

Si stenta a staccarsi dal luogo ma abbiamo ancora molto da pedalare, ci lanciamo nella discesa che si effettua in pochi secondi compensando solo in parte la grande fatica che abbiamo compiuto per conquistarci questa quota modesta. Ora la pista di terra scura comincia a effettuare un ondulato balletto tra le valli e i vulcani, è un piacere spingere la bicicletta lungo queste dolci pendenze che si alternano a discese rotonde e giri di panorami continui e sorprendenti. Il fiume lascia lo spazio al prato ricoperto di erba, il laghetto alla colata di lava e così via per decine di chilometri.

Appuntamento con Adriana, Matthildur e Marcello a Lamdmannahellir un valle che con questa giornata radiosa è paradisiaca. Tre rifugi ospitano i viaggiatori e i gruppi di appassionati che vengono quei per fare trekking, rafting o per andare a cavallo. Per la prima volta in 11 giorni arriviamo prima dello staff con i suoi mezzi e ci accoccoliamo sul ruscello al sole, al riparo della brezza ancora fredda per esporre la pelle al sole. È un momento di relax magico come non ne avevamo mai avuti in questi giorni nella terra avara di sensazioni mediterranee.

La Toyota e la Land Rover dell'organizzazione IBAS arrivano portandoci una pastasciutta al tonno condita con verdure. Ma anche pane, formaggio da spalmare, marmellata, biscotti, caffé caldo, the caldo e cioccolata. Magici questi organizzatori che anche a centinaia di chilometri di distanza dalle comodità ci forniscono i pasti su un tavolo con panche comode e che ci sbalordiscono ogni giorno per varietà, quantità e precisione delle sostanze che ci servono per reintegrare le energie. La sosta sa da scampagnata, ma non ci scordiamo che abbiamo ancora 40 km da percorrere prima di finire il nostro viaggio in bici.

Le ultime valli che percorriamo in sella, lasciano lo spazio per ammirare alla nostra sinistra il temibile vulcano Hekla di 1491 m slm. Il suo nome significa "cappello" e si riferisce al fatto che è sempre coperto da un cappello di nuvole. Si tratta infatti della prima grande barriera che il vento carico di umidità proveniente dal sud dell'Oceano Atlantico incontra dopo migliaia di chilometri senza ostacoli. Oggi il cappello non c'è, e possiamo ammirare questo imprevedibile vulcano nella sua totalità. L'aspetto non deve trarre in inganno: arrotondato sulla cima, coperto da ampi nevai, nasconde la sua indole burrascosa. L'ultima eruzione risale al 2003. Ma quella immediatamente precedente è durata tutto il 1997, il 1998 e il 1999 riempiendo il territorio in direzione ovest e sud di ceneri, lava e pietra pomice. Attualmente è il vulcano più pericoloso dell'Islanda e i geologi locali e la protezione civile islandese sono pronti a intervenire in quanto si prevede che la sua attività possa riprendere da un momento all'altro.

Arriviamo all'incrocio della pista F26 in anticipo sulla tabella di marcia, ancora 8 km con il vento alle spalle e giungiamo al punto che sul GPS è indicato con un semplice nome: "FINE". È finita! Abbiamo percorso in totale 639 Km in bicicletta in Islanda. Piste percorse da pochissimi bikers fino ad oggi, probabilmente da nessun gruppo di ciclisti, sfidando la natura selvaggia e imprevedibile di una latitudine sconosciuta alle nostre esperienze e che per questa prima IBAS è stata benevola.

Diversi islandesi incontrati sul nostro cammino dicevano che:"eravamo matti". Pur nella loro visuale abituata a sforzi estremi non riuscivano a concepire un progetto di sfida tanto ambizioso in quest'ambiente. Noi sappiamo che, diversamente dalla maggior parte degli abitanti di quest'Isola, ci sono fortissimi islandesi che amano l'avventura e la natura della loro terra cimentandosi spesso come abbiamo fatto noi in quest'occasione. Ed è proprio da queste esperienze islandesi che abbiamo tratto lo spunto per ideare un progetto allargato di questo tipo che non a caso abbiamo denominato "Iceland Bike Adventure Sprengisandur" (avventura in Islanda in mountain bike sullo Sprengisandur).

A sera siamo nello chalet di Rjupnavellir, non possiamo meravigliarci di fronte ai due cosciotti che sono stati presentati sul tavolo da Matthildur e da Adriana con contorno di insalatina e purea. Una bottiglia di Traminer aromatico salta fuori dalla borsa di Luciano. Siamo allegri e rilassati.

Dividiamo l'alloggio con un gruppo di francesi che arrivano tardi, cenano ancora più tardi e vanno a dormire a notte fonda togliendoci il gusto del meritato riposo. Pazienza, anche questo fa parte del viaggio. Buonanotte Islanda e Buonanotte Italia!



16-17-18 agosto '06


Turisti nella Capitale


Il viaggio in bicicletta è finito, e nei prossimi tre giorni rientreremo in Italia. Prima, però, un giro turistico per i luoghi simbolo per i tour operator, tanto per dire che ci siamo stati. Carichiamo tutto, persone, biciclette, tende, materiali e cucina sulle due auto e ci spostiamo verso ovest.

La prima tappa è a Gulfoss, la più alta cascata europea, una scenografia naturale che è stata salvata dalla caparbia lotta di una donna che viveva in una fattoria poco vicino. Negli anni '30 si è battuta contro le lobbies che già allora volevano sfruttare il magico salto della cascata per produrre energia idroelettrica devastando il paesaggio con una grande diga e relativo lago artificiale.

Sigrìdur Tòmasdòttir da Barattholt, era il nome della donna che abitualmente accompagnava i rari visitatori dell'epoca ad ammirare la cascata. Fu probabilmente lei a realizzare il primo sentiero che avrebbe, in futuro, portato migliaia di persone a vedere Gulfoss dal lato destro della riva. Sigrìdur non aveva studiato a scuola ma sapeva leggere e scrivere, e aveva anche una vena artistica che esprimeva nei suoi dipinti di fiori e animali. Quando la cascata cadde nelle mani di procuratori stranieri che erano intenzionati a sommergerla per realizzare un bacino artificiale, Sigrìdur si ribellò con tutte le sue forze, spendendo giorni e notti in lunghi ed estenuanti viaggi verso Reykjavìk per portare avanti la sua battaglia.

Era il 1920 quando venne firmato il contratto di cessione della cascata. La lotta di Sigrìdur sembrò inutile fino al 1928 quando cessò il pagamento delle annualità per la cascata e il contratto cadde in prescrizione. La cascata Gulfoss era salva. Da allora molte persone si prodigarono per proteggere l'area di interesse naturalistico enorme, fino alla cessione dei terreni da parte dei proprietari locali in cambio della creazione di un parco di salvaguardia del territorio che nacque il 9 marzo del 1979 con il nome di: "Zona Protetta di Gulfoss".

Di fronte a questo esempio illuminato di amore per il proprio territorio ci rimane l'amaro in bocca pensando ai proprietari delle ultime zone meravigliose della Marca e, soprattutto del Comune di Treviso, che, accecati dal facile guadagno del mattone, non vedono altro che la capitalizzazione delle loro proprietà con freddo calcolo materialistico compromettendo i loro gioielli naturali con costruzioni sempre più grandi.

Gli ultimi bellissimi campi agricoli trevigiani rimasti intatti come, ad esempio quelli limitrofi alla Storga di via Battistel e via Panigai, hanno un valore ben più alto di quello che una politica urbanistica dissennata gli attribuisce. Sono un patrimonio, oltre che storico e naturalistico, che dovrebbe essere consegnato intatto ai nostri figli proprio come ha voluto Sigrìdur e tutti gli abitanti proprietari dell'area di Gulfoss.

In memoria di Sigrìdur è stato eretto un monumento nel piazzale antistante la costruzione didattica nel parco. A Gulfoss, oggi, si può misurare il ritorno economico in numero di pullman che parcheggiano davanti alla cascata. Negli ultimi 10 anni gli introiti del turismo hanno superato di molto quelli presunti dallo sfruttamento dell'energia potenziale del bacino idrico che avrebbe distrutto tutta l'area della cascata. Un esempio di lungimiranza e imprenditoria intelligente da parte dello stato islandese che negli anni scorsi è riuscito a capitalizzare l'attrazione naturale. Purtroppo questa propensione sembra estinta se si ripensa alle vicende del progetto delle dighe di Karahnjukar.

Ma il ritorno nella capitale ci regala altri due gioielli islandesi: Geyser e Þingvellir. Geyser è il nome del fenomeno che ha fatto sognare tante persone: lo sbuffo che vince la forza di gravità proiettando in cielo acqua calda e vapore. Oggi Geyser è silenzioso, sembra che riesca ad effettuare un getto al giorno. Diverso è Strokkur, il Geyser più piccolo che ogni 5-6 minuti si esibisce per lo scatto delle macchine digitali di migliaia di visitatori al giorno. Il getto di circa 20-25 metri è molto originale e non delude mai.

Þingvellir è una vallata famosa per due importati motivi: uno geologico e uno storico. Geologicamente Þingvellir rappresenta la spaccatura che divide le faglie delle zolle del continente Europeo da quello Americano. Solo qui in Islanda la frattura è visibile superficialmente perché tutte le altre faglie sono sommerse dai mari. Camminare dentro questa enorme spaccatura, che si allarga di 5-6 cm all'anno, fa un certo effetto. Il motivo della rinomanza storica è che questo luogo, in corrispondenza di una roccia che sovrasta una piana verde, ha visto la nascita del primo parlamento democratico della storia dell'uomo. Era il 930 dopo Cristo quando i vari gruppi che vivevano nell'isola sentirono il bisogno di istituire una struttura formale di governo.

Il rientro a Reykjavìk ci frastorna. Il traffico della città con 130.000 abitanti ci sommerge, e pensare che è ben al di sotto di quello delle nostre città italiane. Siamo alloggiati alla sede nazionale degli Scout che al prezzo di un rifugio islandese ci hanno consentito di occupare lo stabile per due giorni. Pensare che in città una camera doppia in albergo costa più di 350,00 €!

Il giorno 17 agosto passa girando a zonzo liberamente per la città e il 18 siamo in visita "obbligata" a Blu Lagoon, l'impianto termale che sfrutta le acque di scarico di una centrale geotermica che da energia e acqua calda a Reykjavìk. Alle 11,30 siamo a Keflavìk, l'aeroporto internazionale. Scarichiamo bagagli e biciclette. È arrivato il momento per salutarci con un arrivederci. Siamo tutti diventati amici e ci diamo appuntamento in autunno per ritrovarci e rivivere con le immagini questa grande avventura durata 15 giorni. In Islanda rimangono Marcello, che deve riportare la Toyota e l'attrezzatura in Italia e Sebastien che dopo 639 Km di piste ha ben pensato di prolungare la sua vacanza nell'Isola andando a trovare un sua amico distante 690 km nel Nord est. Indovinate con che mezzo? ... La sua bicicletta. Auguri!!!

Torno al presente nel mio viaggio tra Rejkyavìk e Egilstaðir. La mia Toyota generosa continua a divorare i km. Orami sono le 18 e sto per arrivare a casa di Grèta. Mi rifocillerà come suo solito con panna, yogurt, carne di pecora e sarò costretto a scappare domani mattina per evitare di ingrassare fuori misura. Domani la Norrona parte alle 12,00 e devo ancora cambiare le gomme e finire di caricare la macchina con i materiali lasciati alla fattoria di Grèta. Non si può perdere quella nave perché passa una volta a settimana.

Il sogno di Luciano e mio si è avverato ed è stato un'esperienza positivissima. Il prossimo anno rifaremo la IBAS e FUORIROTTA già ci ha comunicato che ci sono già due iscritti al viaggio del 2007! Quale più grande ricompensa per tanto lavoro?


Ringraziamo tutti quelli che hanno permesso la realizzazione di questa meravigliosa avventura:

FUORIROTTA (www.fuorirotta.it), agenzia di viaggi, nelle persone di Ivana ed Emanuela che hanno pubblicizzato e organizzato praticamente il viaggio.
SORRY (www.sorry.it), ditta di abbigliamento tecnico da montagna che ha fornito l'ottimo abbigliamento allo staff adeguandolo alle esigenze del viaggio in bici.
WHITE REX (www.whiterex.it)che ha realizzato le grafiche delle auto, i road book e lo striscione IBAS.
GPS COMEFARE (www.gpscomefare.com) che ci ha fornito i GPS indispensabili sulla pista di Kistufell e il corso GPS ai partecipanti.
THE BLAST - Sportmarket Cornuda (www.theblast.it) che ci ha fornito le confortevoli tende CAMP e le magliette per la spedizione.
AIRONE Bke Division - AGTECH di Casale sul Sile che ha creduto nell'avventura dei 10 intrepidi.
PERCOSI ETENICI (www.percorsietnici.net), un grazie particolare, ha fornito tutta l'esperienza dei viaggi e il materiale da campo.


Buonanotte Islanda e Buonanotte Italia!


I contenuti di questa pagina sono stati realizzati dallo Staff IBASPRENGISANDUR in Islanda.
Per trasmettere le notizie è stato usato un sistema IRIDIUM 9505 Satellite Phone fornitoci dalla redazione del "il Treviso".
Da questo materiale sono stati tratti gli articoli di reportage pubblicati sul "il Treviso".
Si ringrazia il quotidiano "il Treviso" disponibile sul sito www.iltreviso.it.

Associazione sportiva dilettantistica Ibasprengisandur

Novembre 2009